Mini-guida sul funzionamento della scatola nera sull’auto

Di Ottavia E. Molteni

In questa mini-guida cercheremo di capire come funziona la scatola nera sempre più presente sulle auto. Per la maggior parte degli utenti – parliamo dei non addetti ai lavori – è la “scatoletta delle assicurazioni”, lo strumento alle quali le compagnie si appoggiano per poter ricostruire la dinamica di un incidente/furto e quindi riuscire a indennizzare più velocemente – e in misura più equa rispetto alle effettive responsabilità – i soggetti coinvolti in un sinistro piuttosto che nella sottrazione del mezzo.

Questa classificazione comune sta però un po’ stretta alle black box (per dirla all’inglese), dispositivi che attraverso un collegamento GPS e telefonico consentono di base di registrare e trasferire tutta una serie di informazioni riguardanti la posizione del veicolo, il tipo di strada che sta percorrendo, in quale modo e quando, con l’aggiunta – in caso di crash – di identificarne il verificarsi e di poter stabilire le condizioni che lo hanno originato.

“Occorre operare una distinzione tra l’interpretazione generica sul funzionamento della scatola nera e quella di chi invece se ne occupa per lavoro – ha dichiarato Andrea Algeri, direttore B.U. Telemobility di Texa -. Per noi la black box rappresenta uno degli strumenti che permettono di connettere a distanza in modo continuo un veicolo che sta circolando, traendone dati che vanno oltre a quanto indicato più sopra e che riguardano la parte di informazioni diagnostiche“.
COME FUNZIONA LA SCATOLA NERA

Accanto alla voce “scatola nera” si dà quindi una ramificazione tra “basica” ed “evoluta” (o “avanzata”). Con la seconda etichetta si indica un oggetto che è in grado di dialogare con l’elettronica del mezzo, ottenendo in cambio una serie di stati, parametri e indicazioni di errore riguardanti il grado di affidabilità e di funzionamento del veicolo.

Elementi – tutti – che sono alla base di azioni sequenziali laddove si verifichi che l’auto non si trova in uno stato di perfetta efficienza, non sia nelle condizioni di esplicare compiutamente le proprie funzionalità o necessiti di pianificare un’attività manutentiva ordinaria/straordinaria.

“Le informazioni raccolte solidificano il concetto iniziale del ‘come guido’ e possono andare a interessare anche il grande mondo dei consumi – ha rimarcato Andrea Algeri -, giacché nel mondo delle flotte aziendali i costi legati al carburante pesano nella misura media del 30-35% del Total Cost of Ownership – TCO – rispetto alla gestione del veicolo”

Di qui l’importanza di poter contare su un dispositivo che permette di monitorare con un grado di affidabilità assoluto i consumi del singolo driver, quanti litri ha immesso nel serbatoio, quanti rifornimenti sono stati fatti, oltre che quando e per quale motivo.
UNA STELLA CON TANTE PUNTE

Uno dei “plus” ascrivibili al funzionamento della scatola nera consiste allora, come ha ricordato Algeri, “nel monitorare tutti i costi collegati alla movimentazione del veicolo“.

Il mercato presenta al momento un’offerta variegata, con black box “basiche”, che si limitano per lo più all’attività di geolocalizzazione e registrazione delle dinamiche di marcia, e altre “evolute”. In questo scenario Texa si distingue nettamente rispetto alla gran parte degli operatori di settore, per non aver dato vita a due prodotti separati.

“La nostra scatola nera è nativamente sempre la stessa – ha precisato il direttore della B.U. Telemobility dell’azienda con sede a Monastier di Treviso -, ossia nasce già predisposta per l’aggiunta di periferiche aggiuntive legate a funzionalità ulteriori, senza che vi sia bisogno quindi di cambiarne il ‘cuore’. Così, oltre alla versione ‘evoluta’ dello strumento siamo in grado di far entrare in gioco quelle funzionalità e quei servizi accessori aggiuntivi che si muovono nella direzione di massimizzare non solo l’auto, ma anche il cliente“.

Su questo piano il punto di sviluppo tecnologico più alto raggiunto dallo strumento della scatola nera (la versione evoluta di quella evoluta) consente di agganciare i temi del benessere e della sicurezza del driver.

Si parla ad esempio di periferiche che mettono in comunicazione il mezzo con una centrale operativa attraverso l’ambiente della eCall. Un collegamento allargato anche a tutta una serie di attori esterni, sempre comunque integrati, intenti a gestire attività assistenziali e di pronto intervento.

C’è di più. Un altro satellite gravita intorno al centro-stella (o “madre”) della black box a cui si accennava in apertura di servizio ed è quello del riconoscimento dell’autista. Non solo quindi in quale momento viene accesa un’auto, ma anche chi è quel qualcuno che sta compiendo quella determinata operazione.
L’APPLICAZIONE NEL CAMPO DEL CAR SHARING

In aggiunta, oggi la scatola nera, e l’ambiente più ampio che la circonda (quello delle connected car), si sta rivelando sempre di più uno strumento indispensabile per garantire la corretta erogazione dei nuovi servizi di mobilità riconducibili al mondo del car sharing, quindi di una vettura sempre connessa, prenotatile a distanza, disponibile e utilizzabile in qualsiasi momento. Anche in questo caso vale il discorso dell’aggiunta di periferiche che si dipartano dal “cuore” del sistema.

“Stiamo osservando i primi concreti sviluppi operativi di soluzioni di corporate car sharing – ha dichiarato Andrea Algeri -, con strumenti destinati alla massimizzazione nell’utilizzo dei veicoli aziendali non assegnati” (la cosiddetta flotta “pool”) e al controllo degli abusi eventualmente commessi. “Oggi le aziende sono molto più attente di un tempo nel monitorare” la situazione relativa all’impiego di questi mezzi.
UN PROBLEMA DIFFICILE DA SUPERARE

Uno spettro rischia però di frenare la corsa della scatola nera e si connette al tema della privacy. Contrariamente a quanto potrebbero pensare i non esperti, la black box nasce con una serie di funzionalità che si possono attivare/disattivare così come configurare sulla base delle esigenze specifiche del cliente.

È infatti possibile aprire o chiudere anche da remoto una serie di canali di comunicazione, arrivando a limitare al minimo le funzionalità attive sullo strumento.

“Texa è ormai prossima a superare i 150mila dispositivi installati sulle flotte aziendali e sarebbe una grande inesattezza da parte mia affermare che tutti i mezzi vi abbiano la stessa configurazione – ha sottolineato il direttore della Business Unit Telemobility -. Alcune aziende non intendono infatti percorrere l’iter burocratico e autorizzativo richiesto e limitano pertanto il funzionamento della scatola nera tanto a un insieme di dati aggregati quanto ad attività specifiche che poco o nulla rientrano nel perimetro del trattamento dei dati personali”.

Fonte: Fleetmagazine.com

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